lunedì 22 luglio 2019

Anche io voglio ricordare Andrea Camilleri

Voglio farlo con questa prefazione che ho trovato su Amnesty
dove dimostra la sua grande umanità.
Prefazione di Andrea Camilleri al libro “Invisibili” pubblicato da Ega Editore  
È molto difficile, credetemi, spiegare perché non me la sento di scrivere una prefazione convenzionale a questo libro. In genere, una prefazione serve a guidare con garbo e astuzia il lettore che s’appresta a leggere, più o meno scopertamente l’invita a riflettere su un certo passo, a soffermarsi attentamente su una particolare considerazione, a sorvolarne un’altra. Bene, nel caso specifico, io non sono in condizioni di mettermi su questo piano. Sono pienamente, totalmente coinvolto, non posso fare scelte personali e meno che mai dare delle indicazioni di lettura. Piuttosto, e ne chiedo scusa, sono portato alla reazione violenta, all’invettiva.
Cerco di spiegarne il perché. M’è capitato, tempo fa, di leggere una buona inchiesta giornalistica sui minori che venivano clandestinamente introdotti in Italia per scopi commerciali. Lo so che quest’ultima frase suona abbastanza sgradevole e pesante, ma come si potrebbe altrimenti chiamare l’introduzione e la destinazione finale di bambini che verranno impiegati nell’accattonaggio, nello sfruttamento sessuale oppure saranno usati come portatori di organi sani da spiantare?
Quell’inchiesta mi colpì molto e l’associai a una terribile, angosciante immagine che mi porto dentro da sessant’anni senza riuscire a liberarmene: la fotografia di un bambino durate una retata nazista nel ghetto di Varsavia. Il bambino, malvestito, denutrito e con una coppola da grande in testa, sta con le mani in alto davanti a un gruppo di soldati tedeschi armati sino ai denti. Lo sgomento, il terrore che si leggono nei suoi occhi sono indescrivibili. E insieme si scorge un dolore profondo, già consapevole dell’offesa, della ferita insanabile. Di fronte a una foto come quella (e ancora non ero padre, ancora non ero nonno), mi sentii colpevole quanto i nazisti, un complice involontario dell’orrore per il solo fatto d’essere uomo. All’inchiesta giornalistica mi venne allora istintivamente d’associare, ed era inevitabile, il ricordo della fotografia del bimbo nel ghetto. Il tutto mi provocò una sorta di violento cortocircuito in seguito al quale scrissi il romanzo “Il giro di boa”, basato appunto sull’oscena tratta di bambini. Naturalmente, dato che si trattava di un romanzo, ho seguito gli impulsi della mia fantasia. Che in alcuni momenti, lo confesso, m’è persa persino eccessiva. Mentre invece, a leggere questo rapporto, tutta la mia fantasia si rivela ben povera cosa. 
Perché l’argomento qui ampiamente trattato non è il destino dei minori che vengono introdotti, come si è detto, per usi commerciali, ma l’accoglienza (si fa per dire) normale (si fa sempre per dire) riservata ai minori che arrivano fortunosamente sulle nostre spiagge coi loro genitori o senza. Qui vediamo come all’orrore dello schiavismo più lurido venga sostituito il pari orrore della stupidità, della cecità, della sordità, dell’indifferenza o peggio della malvagità burocratica più o meno cosciente, trasformato però in norma, in procedere quotidiano, in consuetudine. 
Provatevi a leggere, per esempio, nel capitolo intitolato “Standard di trattamento dei minori migranti privati della libertà e denunce pervenute ad AI in riferimento ai centri di detenzione per stranieri”, il riquadro dedicato alla “Storia di Milo”. Milo, che ha appena quattro anni, arriva in barca a Lampedusa nel marzo 2005 con un uomo e una donna che si dicono suoi genitori. Il bambino ha una gravissima malformazione che gli impedisce di camminare o di fare i movimenti essenziali per sopravvivere. I tre vengono trasferiti a Crotone, dove l’uomo che diceva d’essere il padre di Milo si rende, dopo pochi giorni, irreperibile.  Il 25 marzo un’avvocatessa che fa parte di una ONG italiana, visitando il centro, parla con la pseudo madre di Milo la quale le dice che il bambino, prima del suo arrivo in Italia, aveva subito un’operazione allo stomaco e che la notte (cosa confermata da altri) spesso la passava a piangere.

L’avvocatessa segnala la situazione allo staff dirigenziale del centro e viene rassicurata: è imminente il ricovero del bimbo all’ospedale di Catanzaro. Otto giorni dopo l’avvocatessa si reca nuovamente al centro e Milo è sempre lì, non è stato ancora portato all’ospedale. Perché? Boh. Ottenuto dalla madre del bimbo un mandato scritto per la loro difesa, l’avvocatessa domanda allo staff la documentazione medica relativa al bambino per richiedere un permesso di soggiorno per motivi di salute. La documentazione e gli altri certificati vengono promessi, ma non arriveranno mai. Quando l’avvocatessa torna nel centro, la donna e Milo non sono più lì. Sono scomparsi nel nulla.
Le autorità preposte dichiarano, dopo molte insistenze, che la donna e il piccolo non si trovano più nel centro perché avevano ricevuto un permesso di soggiorno. Richiesto da chi? Quando? Come? Boh, non si sa. 
E questo trattamento sarebbe normale? Questa è la cura e l’attenzione che noi italiani sappiamo prestare a un esserino così gravemente menomato? Ma non c’è da vergognarsi nuovamente d’appartenere all’umanità? Basta una persona, come l’avvocatessa di Milo, a riscattare queste nostre enormi colpe? Temo proprio di no. 
Pietà l’è morta, disse qualcuno nei giorni della guerra di Liberazione. Ma qui, assieme alla pietà, muore anche la dignità dell’uomo. 
Andrea Camilleri

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8 commenti:

  1. Buonanotte Anna, dopo mattina leggo!

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    1. Sì caro. È un po' lungo ma Camilleri lo merita. 😘 Siempre

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  2. a proposito di parole e concretezza. dignità è sicuramente una parola abbastanza (se non del tutto) vuota. ciao

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    1. Io credo che ormai la dignità la conoscano solo più i poveri. Quelli che hanno il potere, invece non sappiano più dove è di casa.
      Abbraccio siempre

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  3. Cara Anna Maria, abbiamo molto imparato da questo personaggio, e di sicuro la storia ne parlerà sempre.
    Ciao e buona giornata con un forte abbraccio e un sorriso:-)
    Tomaso

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    1. Lo spero davvero caro Tommaso. Sarebbe un peccato dimenticarlo...
      Abbraccio siempre <3

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  4. Pietà: intensa partecipazione. Il dolore con la gioia. Già tanta operazione. Dignità: lavorare con la verità! La coscienza, di se. Società: dov'é. Ogni carattere é!

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    1. Francesco caro hai ragione! La dignità è aver coscienza di sè, lavorare per avere questa coscienza.
      Grazie amico mio di essere qui con me. Abbraccio siempre <3

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